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"The invisible Monster" di Massimo Festi. Intervista di Elena Ovecina.

 

ALL'ASCOLTO DELLE FREQUENZE DEI NOSTRI MOSTRI QUOTIDIANI
Le nostre esistenze sono impregnate di paura. Nonostante la tecnologia abbia fatto passi da gigante e ci permetta un maggiore controllo sulla realtà, siamo perennemente in preda al terrore. I consueti rapporti umani si stanno deteriorando, non riusciamo più a fidarci di nessuno, l’agguato alla nostra individualità è sempre dietro l’angolo e questo porta il singolo a schermare la vera identità per non cadere nei tranelli del prossimo.
Gli oggetti e le persone stesse si caricano continuamente di minaccia, non permettendoci una serena vita sia personale che collettiva. Questo non sempre è causato da paure immotivate. La grettezza umana e i suoi evidenti limiti fanno il resto.
Può essere dunque un singolare autoritratto giocato sull’ambiguità di una cattiveria feroce travestita da tristezza velata ma inesorabile. Oppure una maschera che copre un volto femminile in modo assolutamente sfacciato, rivelando un erotismo insolente al limite di un esasperato feticismo. Ma non tutto quel che appare è in realtà quel che sembra. La maschera per Massimo Festi è solo un pretesto. Può esserci oppure no. E’ un feticcio fittizio, presente anche quando non appare o si mostra sotto forma di trucco.
E’ la ricerca spasmodica di un’identità altra, forse impossibile da trovare.
Proprio per questo i suoi personaggi, sia che siano improbabili madri con maschere antigas e pistola, eroine dei fumetti o del linguaggio massmediatico o lo stesso artista che si autoritrae sotto forma di malinconico joker, sono archetipici, diventano quasi delle icone, rappresentazioni efficacemente simboliche di uno status mutante al quale in fondo apparteniamo tutti o forse desideriamo solo appartenere. E’ la possibilità della diversità che attrae, quell’ambivalenza/duplicità della natura umana che può allontanarci per un attimo dal disagio sociale, dal conformismo a tutti i costi, dall’imperfezione, dall'essere così irrimediabilmente soli, ma che può essere anche una subdola trappola o una nauseante ragnatela che imprigiona.
Le figure ambigue di Massimo Festi, intrappolate tra i muri di eleganti pareti decorate con carte da parati, creature imperfette e nello stesso tempo patinate, formulate con una pittura digitale senza sbavature, nascondono mostri inaspettati, cercando di smentire - tra feticismo, antieroismo, erotismo e auto – censura - le loro apparenze al di là della loro personale verità, per crearsi un copione su misura, mascherandosi sotto forma di stereotipi per tentare inutilmente di nascondere la terribile memoria inconsapevole del sé. Ma qualcosa stride nel labile gioco delle apparenze, qualcosa scricchiola nell’ingranaggio messo in moto per la creazione di elucubrazioni e strategie di sopravvivenza.
La madre/donna/mostro è difatti in cerca di lasciti e segni per una sorta di ricerca di auto - conservazione, il bambolotto/figlio e la pistola. Così come nel video “Ninna nanna” il canto del “mostro” diviene una fastidiosa e inquietante cantilena di sottofondo allo smarrimento della donna braccata forse da se stessa. Massimo Festi mette così in scena il mascheramento dell’identità, il rapporto anestetizzato con l’infanzia, la relazione con le armi di difesa che diventano in un attimo offesa verso mostri invisibili che hanno modo di rendersi manifesti per raccontare la profonda solitudine dell'essere umano.
Viene quindi ben evidenziato dallo scorrimento delle immagini il rapporto decisamente sofferente verso qualsiasi alterità, non più vissuta come effettiva possibilità esistenziale, ma come strumento avverso alla persona. La ricerca di tracce che possano guidare un incerto incedere nel mondo lascia soltanto labili speranze nell’utopia. Il riordino dei rapporti tra gli esseri e con gli oggetti che abitano il loro sussistere, pare osteggiato dai troppi fantasmi che abitano la nostra quotidianità.
Il sonno della ragione genera mostri” scriveva Goya. In ognuno di noi. Nessuno escluso.
Francesca Baboni, Stefano Taddei
(testo dal catalogo della mostra personale "the invisible monster", 2010)

 

intervista di Sara Draghi.

 

NIGREDO
Massimo Festi fotografa
la parte notturna dell'essere umano. La maschera copre ogni possibile emozione, ogni tratto somatico tramutando le spoglie figure in materia senza nome e senza passato, pronta ad accogliere una nuova forma. Come moderni cerusici i soggetti si muovono incerti in un universo sconosciuto dominato dalla tenebra.
Micol Di Veroli (Da "L'alchimia creativa" catalogo NIGREDO, Pietro Negri Editore 2009)

 

intervista di Davide Lombardi.

 

LA SCIMMIA PENSA LA SCIMMIA FA - Quando la realtà supera la fantasia (2006), il titolo originale è Stranger than fictions: true stories, il saggio è una raccolta di storie vere dove i personaggi sono reali. Chuck Palahniuk, l’autore, seziona come un chirurgo lo spirito umano, offrendo allo spettatore una visione alterata e deformante della contemporaneità, ma il presente come in un paradosso è la realtà: “la realtà che supera la fantasia”. Massimo Festi utilizza lo stesso espediente, alla stessa maniera si nutre della realtà, si nutre di uomini e donne e delle loro storie creando dei ritratti, o meglio il ritratto dello spirito del personaggio. Ogni ritratto è un frammento dello spirito, una sfaccettatura dell’individuo, una realtà viva, in atto e indipendente. La maschera non cela tanto l’identità del personaggio, quanto ne esalta una caratteristica dell’animo umano, la vanità. La vanità del volersi raccontare e che troppo spesso siamo costretti a nascondere dietro ipocrite convenzioni sociali che tutto appiattiscono. L’artista maschera i suoi personaggi e diabolicamente ne esalta l’edonismo, talvolta, invece, come a sprofondare in un abisso i protagonisti sono rappresentati di spalle come nella Scelta o hanno lo sguardo rivolto a terra come in Monkey o Funny Game, sono forse rassegnati al brutale gioco delle apparenze oppure sono colti nell’attimo esatto che precede il crollo di quest’ ultime? L’attimo è quello in cui un individuo giunge alla consapevolezza che la propria identità è costruita non tanto su ciò che vorrebbe essere, quanto sulla percezione di se stessi offerta agli altri nelle più svariate circostanze. Per comprendere al meglio questo stato d’animo è calzante la presentazione nelle prime pagine di Invisble Monsters (Chuk Palahniuk, 2000) di una delle due protagoniste, Shannon Mc Farland. “La mia tunica è una stampa della sindone di Torino comprata in svendita, marrone e bianca, drappeggiata e tagliata in modo che i brillanti bottoni rossi si abbottonino attraverso le stimmate, poi ho addosso metri e metri di velo nero di organza avvolto attorno al viso e borchiato con piccole stelle di cristallo austriaco tagliate a mano. Non si riesce a capire che aspetto abbia il mio viso, ma questo è lo scopo . Il look è elegante e sacrilego, e mi fa sentire Sacra e Immorale”.
Sentirsi sacra ed immorale allo stesso tempo non è forse un equilibrio perfetto? I metri e metri di velo, le maschere che Massimo Festi fa indossare ai suoi personaggi, non occultano e non nascondono, al contrario l’identità irrompe con tutta la sua forza alterando come in un’allucinazione la realtà. La figura femminile è privilegiata dall’artista, le donne di Massimo Festi sono sacerdotesse contemporanee, uno degli ultimi lavori, Angel è la rappresentazione di una porno santa realizzata per l’omonimo progetto Porn Saints, di Francesco D’Isa. Angel è una visione apocalittica, il rosso, l’oro e il bianco sono gli stessi colori che troviamo nel libro del Apocalisse di Giovanni in cui la città di Babilonia è descritta in chiave allegorica come una grande prostituta dove il rosso è il colore predominante.
“La donna era ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d'oro, di pietre preziose e di perle, teneva in mano una coppa d'oro, colma degli abomini e delle immondezze della sua prostituzione. Sulla fronte aveva scritto un nome misterioso: Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra.” (Apocalisse, 17:4-5)
La rappresentazione allegorica nonostante l’accezione religiosa negativa è una visione comunque seducente, così come la porno santa dell’artista. Lo stesso artista definisce i propri personaggi come realtà alternative in cerca di strategie di sopravvivenza. La strategia di sopravvivenza nell’opera dell’artista diventa la maschera. La maschera è il mezzo col quale Massimo Festi offre al suo personaggio una svariata serie di possibili realtà, innumerevoli combinazioni d’identità: impossibile/imperfetto, impossibile/perfetto, possibile/imperfetto, possibile/perfetto. L’artista, come un cantastorie porta in scena la distanza e il contrapporsi tra fisicità e ambivalenza della natura umana. I personaggi di Massimo Festi muovono le proprie sorti tra realtà e fantasia. Talvolta la realtà supera la fantasia, ed è proprio in quel frangente, quando il confine è oltrepassato che i personaggi diventano icone della contemporaneità o meglio secondo l’artista stesso antiumanesimo d’icone universali. Allo spettatore la scelta: “indossare o non indossare la maschera”.
Susanna Ferretti, 2009
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intervista di Raffaella Milione.

 

intervista di Francesca Panzacchi.

 

I “mostri del quotidiano”, le icone della società massmediatica (sia che siano i supereroi o gente comune) diventano per Massimo Festi rappresentazioni simboliche nascondendosi sotto mentite spoglie e rivelando un’identità alterata, nascosti dietro alle maschere fittizie che noi tutti siamo abituati ad indossare. La maschera per Massimo Festi rappresenta il feticcio dell’ambiguità di un’identità diversa e le sue icone mutanti rappresentano l’ambivalenza della natura umana e le problematiche della nostra società, toccando tematiche come il feticismo o il disagio sociale.
Francesca Baboni e Stefano Taddei, 2008

 

IL PIACERE
Massimo Festi cela la passione dietro la maschera della curiosità, metafora di una coscienza del disorientamento che sottintende una pletora di desideri e simboli sessuali. La visione prospettica è dominata dalla centralità dei soggetti che attendono impazienti la loro ricompensa adescando lo spettatore con la sola forza ancestrale della voluttà.
Micol Di Veroli (Estratto da “L’EROTISMO DELLA CARNE” mostra "Il piacere" Museo Casa D'Annunzio Pescara 2008
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Bye Bye Baby
Ancora il corpo come luogo di trasgressione nelle manipolazioni digitali di Massimo Festi che al confine tra mito e quotidianità elabora figure patinate, icone dell'era contemporanea ambiguamente celate da maschere, filtri identitari imprescindibili. Maschere come feticci, come seconda pelle che occulta l'identità reale per strutturarne una artefatta ed indagare l'individuo attraverso gli stereotipi della cultura pop, tra manualità e tecnologia.
Roberta Vanali (dal catalogo della mostra "Bye Bye Baby" Laboratorio 168, Cagliari 2008
)

 

NORMAL HERO
Carte da parati dal sapore squisitamente vintage costituiscono l’asciutta scenografia che nella sua barocca immediatezza si oppone alle stoiche presenze in primo piano. Personaggi della cultura sci-fi che inutilmente tentano di occultare la loro debordante personalità e personaggi poco noti che giocano a travestirsi da eroi dei fumetti. Questi sono i controsensi che animano i lavori di Massimo Festi, note dissonanti che aiutano a capire quanto labile sia il confine tra mito e quotidiana banalità.
Micol Di Veroli (dal catalogo della mostra "NORMAL HERO", Galleria Limiti Inchiusi Campobasso 2007)

 

Provocazioni fra le nuvole
Per Massimo Festi il fumetto non rappresenta una ricerca organica, men che meno totalizzante. Siamo a livello di riusciti tentativi all’interno di una più vasta sperimentazione tecnica ascrivibile al concetto di pittura mediale. I suoi "Batman e Robin", omosessuali seppur con allusiva discrezione e la sua "Cat Woman" che in latinato stile Jane Mansfield annuncia la fine della festa sono estasianti quanto inclassificabili perché sembrano capaci di proiettarci in uno spazio tempo indefinito-indefinibile.
Roberto Roda
Attraverso l’utilizzo di “close ups” di volti che elabora digitalmente, Massimo Festi propone una poetica orientata verso una sorta di neo-umanesimo che indaga l’essere umano come individuo, seguendo un registro compositivo antropocentrico fatto di personaggi spesso mascherati che si stagliano bidimensionalmente su sfondi importanti.
Contenitore epistemologico comprendente molti degli elementi volti a definire l’identità del nostro qui ed ora contemporaneo, l’opera di Massimo Festi, parafrasando Richard Prince, può essere considerata “comunicazione non autorizzata” che interagisce con lo spettatore invitandolo a riflettere.
Icone statiche della società massmediatica, i suoi personaggi, non sono celebrità né miti ma appaiono come “testimonial” di tutte quelle vite dall’identità non bene definita, dell’ anticonformismo forse come reazione alla realtà di giorno in giorno più precaria e sconvolgente, della sensualità libera probabile conseguenza della deriva voyeuristica, della malleabilità dei sessi.
Presenza umane ambigue, patinate e provocanti che si muovono sul doppio registro dell’essere e dell’esserci, visualizzazioni di vizi e tendenze, rivelatrici delle identità multiple dei contemporanei.
Isabella Falbo (dal libro/catalogo della mostra "PROVOCAZIONI FRA LE NUVOLE. Arte e fumetto: nuovi dialoghi italiani", Sonetti Editore 2007)



Pagine Bianche d'Autore
L’opera di Massimo Festi vuole alludere all’idea di identità molteplice sopra tutto. Attraverso l’utilizzo della manipolazione digitale, l’artista ferrarese, compie il procedimento di disidentificare il soggetto fotografato. In questo senso sono da considerarsi le maschere tricolore che campeggiano sui visi già trattati dei sei personaggi la cui sola appartenenza identificabile è quella nazionale.

Teresa Macrì (opera selezionata
PagineBianche d'Autore Emilia Romagna 2007)


Intervista di Paola Sereno.

 

EPIDERMIS
Massimo Festi mette la maschera a volti in primo piano. Il suo intervento essenziale agisce sulla connotazione frontale del ritratto, evidenziando così la zona d’ombra, il confine da svelare, il lato ambiguo della natura umana. I protagonisti assumono tratti animaleschi che rimandano ad immaginari filmici, alla cultura del feticismo, a spunti di natura letteraria. In realtà racchiudono l’ambivalenza che si ricrea davanti alla maschera come seconda pelle sempre più necessaria.
Gianluca Marziani (dal catalogo mostra "Epidermis", ToBe artspace Torino 2006)

 

THE MIRROR IS ABOMINABLE
La riflessione verte sull’archetipo del doppio, nell’opera di Massimo Festi, che muove dall’ambivalenza della maschera nel tentativo di alterare l’identità attraverso le icone della società massmediatica. Statici e austeri, gli Eroi, decontestualizzati ed inseriti come sagome ritagliate su un fondale barocco, tendono ad evidenziare il lato oscuro dell’esistenza, tra mimetismo e suggestioni fetish al servizio di un’intensa pittura mediale.
Roberta Vanali (dal catalogo della mostra "The mirror is abominable", Galleria Studio 20 Cagliari 2006)

intervista di Piera Peri.

 

Pagine Bianche d'Autore
In un curioso remix di subcultura pop, tecnologia digitale e pittura, Massimo Festi “trasforma” una semplice foto di famiglia in un’elaborazione elettronica che trascende il significato immediato. Padre e figlio diventano così icone contemporanee, dai colori irreali e acidi.
Luca Beatrice (opera selezionata Pagine Bianche d'Autore Emilia Romagna 2006)

 

Lo smascheratore
Oggi, in un mondo in crisi che ha bisogno di sicurezze e certezze stabili, la maschera è diventata simbolo dell’affannosa ricerca di un’entità rassicurante dietro cui nascondersi, per non rivelare le proprie fragilità. Oppure semplice copertura che legittima chi la indossa a comportarsi in maniera libera da ogni condizionamento. O ancora pirandelliana cancellazione di una identità per crearne una nuova, differente modo di porsi davanti alla vita o agli individui a seconda delle circostanze, frammentata percezione che hanno gli altri della nostra persona.
Molte delle sfaccettature semantiche legate all’affascinante topos della “maschera”, rientrano nelle opere di Massimo Festi, che ha deciso di cimentarsi nell’indagine di questo feticcio contemporaneo in rapporto alla società. Lo ha fatto con toni ora drammatici ora ironici, ora polemici ora accattivanti, usando la pittura mediale...confrontandosi con figure che si muovono tra ambiguità ed erotismo...feticismo e disagio...festini domestici e problematiche di mondi solo apparentemente lontani...
Marialivia Brunelli (dal catalogo della mostra "lo smascheratore", Zuni Ferrara 2006)

 

La Venere Vincitrice e l’ Eva Futura di Villiers de l’Isle-Adam.
“…apparve allora in grandezza naturale la luminosa e trasparente immagine di una giovane donna, statua carnale della Venus Victrix veramente perfetta, se mai ne palpitò una su questa terra di illusioni.”
Massimo Festi, invece, la sua Eva futura composta e costruita la chiama “Gothic Lolita”, “Geisha”, “Heroin”, “Curiosa” o, solo, “Una di noi”. La chiama come oggi la donna è voluta e vista, appiccicata a pezzi di pvc che aderiscono dopo aver soffocato, immobile in sensualità vestite di seta perché chi si trovi a guardare possa godere, precocemente, senza chiederlo e magari ancor prima di volerlo.
Sono subwomen, quelle di Festi: femmine sotto, sistematiche come nelle cabine da peep show dove si vede ma non si tocca o come nelle pagine fresche di autrici che sbancano raccontando di quando hanno scopato la prima volta, per arrivare all’ultima. Che abbiano un volto, che possano averlo, rappresenta un dato facoltativo e secondario, al punto da tenerlo nascosto dietro maschere che travestono la preferenza all’anonimato da esigenza eccitante spronata di continuo a rendere confessioni dannate.
Ci osservano, le belle e un pò crudeli bambole imbambolate che fanno del corpo proprio un corpo qualsiasi, seriale e standard come a VOLER essere riprodotto dalla pittura mediale – da un gesto che si avventura tra le commistioni rumorose e viziose dei vicoli interminabili dei mass-media – le cui pennellate decise dal mouse attaccato alla mano (di Festi) compongono quadri nati nel monitor. Ed ecco sbucarne immagini gracchianti, disturbate per sembrare proibite o segnate dal tempo impiegato per raggiungerle, ottenerle, consumarle, andando loro incontro nell’impervio territorio dell’idoneità estetica e dell’esotismo multirazziale che porta a provare.
L’andreide di Festi parla poco e non consuma, sa guardarci, non si agita e non sorride. Fulcro della più recente questione donna, sintetizza le apparizioni nascoste e fascinosamente torbide di volti prelevati e voluti, perfetti quanto il desiderio, tanto da chiedersi “…se le nostre divinità, le nostre speranze, sono ormai soltanto scientifiche, perché non possono divenire tali anche i nostri amori?”.
Stefano Elena (dal catalogo della mostra "FUORIGIOCO", SP Systema Roma 2006)

 
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