Per
Massimo Festi il fumetto non rappresenta una ricerca organica, men che
meno totalizzante. Siamo a livello di riusciti tentativi all’interno
di una più vasta sperimentazione tecnica ascrivibile al concetto
di pittura mediale. I suoi "Batman e Robin", omosessuali seppur
con allusiva discrezione e la sua "Cat Woman" che in latinato
stile Jane Mansfield annuncia la fine della festa sono estasianti quanto
inclassificabili perché sembrano capaci di proiettarci in uno
spazio tempo indefinito-indefinibile.
Roberto Roda,
2007
(PROVOCAZIONI FRA LE NUVOLE. Arte e fumetto: nuovi dialoghi italiani)
Attraverso
l’utilizzo di “close ups” di volti che elabora digitalmente,
Massimo Festi propone una poetica orientata verso una sorta di neo-umanesimo
che indaga l’essere umano come individuo, seguendo un registro
compositivo antropocentrico fatto di personaggi spesso mascherati che
si stagliano bidimensionalmente su sfondi importanti.
Contenitore epistemologico comprendente molti degli elementi volti a
definire l’identità del nostro qui ed ora contemporaneo,
l’opera di Massimo Festi, parafrasando Richard Prince, può
essere considerata “comunicazione non autorizzata” che interagisce
con lo spettatore invitandolo a riflettere.
Icone statiche della società massmediatica, i suoi personaggi,
non sono celebrità né miti ma appaiono come “testimonial”
di tutte quelle vite dall’identità non bene definita, dell’
anticonformismo forse come reazione alla realtà di giorno in
giorno più precaria e sconvolgente, della sensualità libera
probabile conseguenza della deriva voyeuristica, della malleabilità
dei sessi.
Presenza umane ambigue, patinate e provocanti che si muovono sul doppio
registro dell’essere e dell’esserci, visualizzazioni di
vizi e tendenze, rivelatrici delle identità multiple dei contemporanei.
Isabella
Falbo, 2007
"FRATELLI
D'ITALIA", opera selezionata PagineBianche d'Autore Emilia Romagna,
a cura di Teresa Macrì.
L’opera di Massimo Festi vuole alludere all’idea di identità
molteplice sopra tutto. Attraverso l’utilizzo della manipolazione
digitale, l’artista ferrarese, compie il procedimento di disidentificare
il soggetto fotografato. In questo senso sono da considerarsi le maschere
tricolore che campeggiano sui visi già trattati dei sei personaggi
la cui sola appartenenza identificabile è quella nazionale.
Teresa Macrì, 2007
THE
MIRROR IS ABOMINABLE
La riflessione verte sull’archetipo
del doppio, nell’opera di Massimo Festi, che muove dall’ambivalenza
della maschera nel tentativo di alterare l’identità attraverso
le icone della società massmediatica. Statici e austeri, gli
Eroi, decontestualizzati ed inseriti come sagome ritagliate su un fondale
barocco, tendono ad evidenziare il lato oscuro dell’esistenza,
tra mimetismo e suggestioni fetish al servizio di un’intensa pittura
mediale.
Roberta Vanali 2006
TEKNEMEDIA
Intervista di Paola
Sereno
EPIDERMIS
Massimo Festi mette la maschera
a volti in primo piano. Il suo intervento essenziale agisce sulla connotazione
frontale del ritratto, evidenziando così la zona d’ombra,
il confine da svelare, il lato ambiguo della natura umana. I protagonisti
assumono tratti animaleschi che rimandano ad immaginari filmici, alla
cultura del feticismo, a spunti di natura letteraria. In realtà
racchiudono l’ambivalenza che si ricrea davanti alla maschera
come seconda pelle sempre più necessaria.
Gianluca Marziani, 2006
NextExit
intervista di
Piera Peri

"Neon
e Tutor", opera selezionata Pagine Bianche d'Autore Emilia Romagna,
a cura di Luca Beatrice.
In un curioso remix di subcultura pop, tecnologia digitale e pittura,
Massimo Festi “trasforma” una semplice foto di famiglia
in un’elaborazione elettronica che trascende il significato immediato.
Padre e figlio diventano così icone contemporanee, dai colori
irreali e acidi.
Luca Beatrice, 2006

“Is the Party over?”
Con i suoi pseudo ritratti Massimo Festi incarna l’umanita’
delle “big issues” odierne creando una sorta di “commedia
umana contemporanea” della quale l’artista diviene interprete
sensibile.
Icone statiche, pseudo ritratti di ragazzi, ragazze, anche un vecchio,
che Massimo Festi ci presenta attraverso la tecnica della tecnopittura,
dipinti elettronici dove i volti, spesso mascherati, si stagliano bidimensionalmente
su sfondi importanti, textures di carte da parati che l’artista
cerca nelle case o crea lui stesso.
La maggior parte di questi personaggi indossa una maschera, non piu’
per nascondersi ma per presentarsi nella loro vera identita’ come
antieroi censurati che hanno smesso di credere di essere liberi, menomati
nel loro non poter lasciarsi andare completamente.
Isabella
Falbo, 2006

Lo
smascheratore
Oggi, in un mondo in crisi che ha bisogno di sicurezze e certezze stabili,
la maschera è diventata simbolo dell’affannosa ricerca
di un’entità rassicurante dietro cui nascondersi, per non
rivelare le proprie fragilità. Oppure semplice copertura che
legittima chi la indossa a comportarsi in maniera libera da ogni condizionamento.
O ancora pirandelliana cancellazione di una identità per crearne
una nuova, differente modo di porsi davanti alla vita o agli individui
a seconda delle circostanze, frammentata percezione che hanno gli altri
della nostra persona.
Molte delle sfaccettature semantiche legate all’affascinante topos
della “maschera”, rientrano nelle opere di Massimo Festi,
che ha deciso di cimentarsi nell’indagine di questo feticcio contemporaneo
in rapporto alla società. Lo ha fatto con toni ora drammatici
ora ironici, ora polemici ora accattivanti, usando la pittura mediale...confrontandosi
con figure che si muovono tra ambiguità ed erotismo...feticismo
e disagio...festini domestici e problematiche di mondi solo apparentemente
lontani...
Marialivia
Brunelli, 2006

“…apparve
allora in grandezza naturale la luminosa e trasparente immagine di una
giovane donna, statua carnale della Venus Victrix veramente perfetta,
se mai ne palpitò una su questa terra di illusioni.”
La Venere Vincitrice, qui sopra, diventa l’Eva Futura di Villiers
de l’Isle-Adam.
Massimo
Festi, invece, la sua Eva futura composta e costruita la chiama “Gothic
Lolita”, “Geisha”, “Heroin”, “Curiosa”
o, solo, “Una di noi”.
La chiama come oggi la donna è voluta e vista, appiccicata a
pezzi di pvc che aderiscono dopo aver soffocato, immobile in sensualità
vestite di seta perché chi si trovi a guardare possa godere,
precocemente, senza chiederlo e magari ancor prima di volerlo.
Sono subwomen, quelle di Festi: femmine sotto, sistematiche come nelle
cabine da peep show dove si vede ma non si tocca o come nelle pagine
fresche di autrici che sbancano raccontando di quando hanno scopato
la prima volta, per arrivare all’ultima.
Che abbiano un volto, che possano averlo, rappresenta un dato facoltativo
e secondario, al punto da tenerlo nascosto dietro maschere che travestono
la preferenza all’anonimato da esigenza eccitante spronata di
continuo a rendere confessioni dannate.
Ci osservano, le belle e un pò crudeli bambole imbambolate che
fanno del corpo proprio un corpo qualsiasi, seriale e standard come
a VOLER essere riprodotto dalla pittura mediale – da un gesto
che si avventura tra le commistioni rumorose e viziose dei vicoli interminabili
dei mass-media – le cui pennellate decise dal mouse attaccato
alla mano (di Festi) compongono quadri nati nel monitor.
Ed ecco sbucarne immagini gracchianti, disturbate per sembrare proibite
o segnate dal tempo impiegato per raggiungerle, ottenerle, consumarle,
andando loro incontro nell’impervio territorio dell’idoneità
estetica e dell’esotismo multirazziale che porta a provare.
L’andreide di Festi parla poco e non consuma, sa guardarci, non
si agita e non sorride. Fulcro della più recente questione donna,
sintetizza le apparizioni nascoste e fascinosamente torbide di volti
prelevati e voluti, perfetti quanto il desiderio, tanto da chiedersi
“…se le nostre divinità, le nostre speranze, sono
ormai soltanto scientifiche, perché non possono divenire tali
anche i nostri amori?”.
Stefano Elena, 2006
Nell’opera
di Massimo Festi l’insistita centralità del volto nel rapporto
figura-sfondo diventa iterazione della domanda d’identità,
inizio di un percorso antropodigitale.
L’artista, mediante la tecnopittura, utilizza textures, sovrapposizioni
e sottrazioni tramite cancellature elettroniche per comporre un quadro
estremamente fertile in cui arte e tecnologia si fanno occasione di
superamento delle tipologie tradizionali della rappresentazione.
Attraverso la sua mutazione estetico-sociale l’umanità
contemporanea modella una fluttuazione della coscienza secondo nuovi
codici percettivi e scopre nuove potenzialità.
Gianni Cerioli, 2004
L'arte,
si sa, è il riflesso della società in cui viviamo. La
maggior parte della produzione artistica contemporanea è assoggettata
alla trasformazione fenomenologica messa in atto dalle tecnologie che
stanno cambiando il nostro modo di vivere. Soprattutto le nuove generazioni,
hanno metabolizzato tali nuovi scenari di vita, con aperture immaginative
inaspettate e del tutte innovatrici. Massimo Festi appartiene sicuramente
a questo retaggio culturale; l'antinomia tra naturale e artificiale,
la possibilità di modificare il proprio aspetto e la propria
identità sono tutti assunti che appartengono al repertorio immaginativo
di Festi.
Sono le teorie di alcuni tra i più autorevoli pensatori della
nostra epoca, i "simulacri delle tecnologie" di Baudrillard,
la "realtà stereoscopica" di Paul Virilio o la "psicotecnologia"
di De Kerckhove, a concretizzarsi in immagini che esprimono al meglio
queste istanze filosofico/sociologiche. Festi propone immagini in primissimo
piano di figure umane, di teste, sorte di replicanti degni di scenari
alla Blade Runner. La trasposizione digitalizzata del ritratto assume
una valenza del tutto inusitata: il punctus fotografico di Roland Barthes
diviene labile e mutevole, esprimendo "in divenire" le molteplici
possibilità interpretative del soggetto raffigurato. Immagini
sottoposte ad effetti e trattamenti, ora mosse, ora sfocate, saturate
di colore su sfondi enfatizzati dai rossi, dai bianchi o dai neri, sembrano
scandite da ritmiche altrettanto elettroniche, da una ipotetica colonna
sonora drum'n'bass.
L'arte di Festi si potrebbe inserire nel contesto di quella "tecnopittura"
teorizzata da Gianluca Marziani, di cui fanno parte giovani autori come
Matteo Basilè, Tubi, Gianvenuti. Dunque una rappresentanza immaginativa
di una genetica trasmutante, dell'estetica e della poetica del Post-Human,
basata sulla realtà dei nostri tempi, tanto organica quanto sintetica,
tanto naturale quanto posticcia, che affianca termini e definizioni
spesso opposte.
Dario Salani, edimedia 2002