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Bye Bye Baby
Ancora il corpo come luogo di trasgressione nelle manipolazioni digitali di Massimo Festi che al confine tra mito e quotidianità elabora figure patinate, icone dell'era contemporanea ambiguamente celate da maschere, filtri identitari imprescindibili. Maschere come feticci, come seconda pelle che occulta l'identità reale per strutturarne una artefatta ed indagare l'individuo attraverso gli stereotipi della cultura pop, tra manualità e tecnologia.
Roberta Vanali 2008

 

NORMAL HERO
Carte da parati dal sapore squisitamente vintage costituiscono l’asciutta scenografia che nella sua barocca immediatezza si oppone alle stoiche presenze in primo piano. Personaggi della cultura sci-fi che inutilmente tentano di occultare la loro debordante personalità e personaggi poco noti che giocano a travestirsi da eroi dei fumetti. Questi sono i controsensi che animano i lavori di Massimo Festi, note dissonanti che aiutano a capire quanto labile sia il confine tra mito e quotidiana banalità. Ogni composizione fotografica si contraddistingue per i toni caldi che avvolgono colori accesi nella loro inaspettata e variegata cromia. Su tutto cala nervosamente il nero delle maschere che piatto si staglia sulle rotonde forme dei volti.

Micol Di Veroli, 2007

 

Per Massimo Festi il fumetto non rappresenta una ricerca organica, men che meno totalizzante. Siamo a livello di riusciti tentativi all’interno di una più vasta sperimentazione tecnica ascrivibile al concetto di pittura mediale. I suoi "Batman e Robin", omosessuali seppur con allusiva discrezione e la sua "Cat Woman" che in latinato stile Jane Mansfield annuncia la fine della festa sono estasianti quanto inclassificabili perché sembrano capaci di proiettarci in uno spazio tempo indefinito-indefinibile.
Roberto Roda, 2007
(PROVOCAZIONI FRA LE NUVOLE. Arte e fumetto: nuovi dialoghi italiani)

 

Attraverso l’utilizzo di “close ups” di volti che elabora digitalmente, Massimo Festi propone una poetica orientata verso una sorta di neo-umanesimo che indaga l’essere umano come individuo, seguendo un registro compositivo antropocentrico fatto di personaggi spesso mascherati che si stagliano bidimensionalmente su sfondi importanti.
Contenitore epistemologico comprendente molti degli elementi volti a definire l’identità del nostro qui ed ora contemporaneo, l’opera di Massimo Festi, parafrasando Richard Prince, può essere considerata “comunicazione non autorizzata” che interagisce con lo spettatore invitandolo a riflettere.
Icone statiche della società massmediatica, i suoi personaggi, non sono celebrità né miti ma appaiono come “testimonial” di tutte quelle vite dall’identità non bene definita, dell’ anticonformismo forse come reazione alla realtà di giorno in giorno più precaria e sconvolgente, della sensualità libera probabile conseguenza della deriva voyeuristica, della malleabilità dei sessi.
Presenza umane ambigue, patinate e provocanti che si muovono sul doppio registro dell’essere e dell’esserci, visualizzazioni di vizi e tendenze, rivelatrici delle identità multiple dei contemporanei.

Isabella Falbo, 2007

 

"FRATELLI D'ITALIA", opera selezionata PagineBianche d'Autore Emilia Romagna, a cura di Teresa Macrì.
L’opera di Massimo Festi vuole alludere all’idea di identità molteplice sopra tutto. Attraverso l’utilizzo della manipolazione digitale, l’artista ferrarese, compie il procedimento di disidentificare il soggetto fotografato. In questo senso sono da considerarsi le maschere tricolore che campeggiano sui visi già trattati dei sei personaggi la cui sola appartenenza identificabile è quella nazionale.

Teresa Macrì, 2007

 

THE MIRROR IS ABOMINABLE
La riflessione verte sull’archetipo del doppio, nell’opera di Massimo Festi, che muove dall’ambivalenza della maschera nel tentativo di alterare l’identità attraverso le icone della società massmediatica. Statici e austeri, gli Eroi, decontestualizzati ed inseriti come sagome ritagliate su un fondale barocco, tendono ad evidenziare il lato oscuro dell’esistenza, tra mimetismo e suggestioni fetish al servizio di un’intensa pittura mediale.

Roberta Vanali 2006

 

TEKNEMEDIA Intervista di Paola Sereno

 

 

EPIDERMIS
Massimo Festi mette la maschera a volti in primo piano. Il suo intervento essenziale agisce sulla connotazione frontale del ritratto, evidenziando così la zona d’ombra, il confine da svelare, il lato ambiguo della natura umana. I protagonisti assumono tratti animaleschi che rimandano ad immaginari filmici, alla cultura del feticismo, a spunti di natura letteraria. In realtà racchiudono l’ambivalenza che si ricrea davanti alla maschera come seconda pelle sempre più necessaria.

Gianluca Marziani, 2006

 

NextExit intervista di Piera Peri

 

 

"Neon e Tutor", opera selezionata Pagine Bianche d'Autore Emilia Romagna, a cura di Luca Beatrice.
In un curioso remix di subcultura pop, tecnologia digitale e pittura, Massimo Festi “trasforma” una semplice foto di famiglia in un’elaborazione elettronica che trascende il significato immediato. Padre e figlio diventano così icone contemporanee, dai colori irreali e acidi.

Luca Beatrice, 2006

 


“Is the Party over?”
Con i suoi pseudo ritratti Massimo Festi incarna l’umanita’ delle “big issues” odierne creando una sorta di “commedia umana contemporanea” della quale l’artista diviene interprete sensibile.
Icone statiche, pseudo ritratti di ragazzi, ragazze, anche un vecchio, che Massimo Festi ci presenta attraverso la tecnica della tecnopittura, dipinti elettronici dove i volti, spesso mascherati, si stagliano bidimensionalmente su sfondi importanti, textures di carte da parati che l’artista cerca nelle case o crea lui stesso.
La maggior parte di questi personaggi indossa una maschera, non piu’ per nascondersi ma per presentarsi nella loro vera identita’ come antieroi censurati che hanno smesso di credere di essere liberi, menomati nel loro non poter lasciarsi andare completamente.

Isabella Falbo, 2006

 

Lo smascheratore
Oggi, in un mondo in crisi che ha bisogno di sicurezze e certezze stabili, la maschera è diventata simbolo dell’affannosa ricerca di un’entità rassicurante dietro cui nascondersi, per non rivelare le proprie fragilità. Oppure semplice copertura che legittima chi la indossa a comportarsi in maniera libera da ogni condizionamento. O ancora pirandelliana cancellazione di una identità per crearne una nuova, differente modo di porsi davanti alla vita o agli individui a seconda delle circostanze, frammentata percezione che hanno gli altri della nostra persona.
Molte delle sfaccettature semantiche legate all’affascinante topos della “maschera”, rientrano nelle opere di Massimo Festi, che ha deciso di cimentarsi nell’indagine di questo feticcio contemporaneo in rapporto alla società. Lo ha fatto con toni ora drammatici ora ironici, ora polemici ora accattivanti, usando la pittura mediale...confrontandosi con figure che si muovono tra ambiguità ed erotismo...feticismo e disagio...festini domestici e problematiche di mondi solo apparentemente lontani...

Marialivia Brunelli, 2006

 


…apparve allora in grandezza naturale la luminosa e trasparente immagine di una giovane donna, statua carnale della Venus Victrix veramente perfetta, se mai ne palpitò una su questa terra di illusioni.
La Venere Vincitrice, qui sopra, diventa l’Eva Futura di Villiers de l’Isle-Adam.

Massimo Festi, invece, la sua Eva futura composta e costruita la chiama “Gothic Lolita”, “Geisha”, “Heroin”, “Curiosa” o, solo, “Una di noi”.
La chiama come oggi la donna è voluta e vista, appiccicata a pezzi di pvc che aderiscono dopo aver soffocato, immobile in sensualità vestite di seta perché chi si trovi a guardare possa godere, precocemente, senza chiederlo e magari ancor prima di volerlo.
Sono subwomen, quelle di Festi: femmine sotto, sistematiche come nelle cabine da peep show dove si vede ma non si tocca o come nelle pagine fresche di autrici che sbancano raccontando di quando hanno scopato la prima volta, per arrivare all’ultima.
Che abbiano un volto, che possano averlo, rappresenta un dato facoltativo e secondario, al punto da tenerlo nascosto dietro maschere che travestono la preferenza all’anonimato da esigenza eccitante spronata di continuo a rendere confessioni dannate.
Ci osservano, le belle e un pò crudeli bambole imbambolate che fanno del corpo proprio un corpo qualsiasi, seriale e standard come a VOLER essere riprodotto dalla pittura mediale – da un gesto che si avventura tra le commistioni rumorose e viziose dei vicoli interminabili dei mass-media – le cui pennellate decise dal mouse attaccato alla mano (di Festi) compongono quadri nati nel monitor.
Ed ecco sbucarne immagini gracchianti, disturbate per sembrare proibite o segnate dal tempo impiegato per raggiungerle, ottenerle, consumarle, andando loro incontro nell’impervio territorio dell’idoneità estetica e dell’esotismo multirazziale che porta a provare.
L’andreide di Festi parla poco e non consuma, sa guardarci, non si agita e non sorride. Fulcro della più recente questione donna, sintetizza le apparizioni nascoste e fascinosamente torbide di volti prelevati e voluti, perfetti quanto il desiderio, tanto da chiedersi “…se le nostre divinità, le nostre speranze, sono ormai soltanto scientifiche, perché non possono divenire tali anche i nostri amori?”.

Stefano Elena, 2006

 

Nell’opera di Massimo Festi l’insistita centralità del volto nel rapporto figura-sfondo diventa iterazione della domanda d’identità, inizio di un percorso antropodigitale.
L’artista, mediante la tecnopittura, utilizza textures, sovrapposizioni e sottrazioni tramite cancellature elettroniche per comporre un quadro estremamente fertile in cui arte e tecnologia si fanno occasione di superamento delle tipologie tradizionali della rappresentazione.
Attraverso la sua mutazione estetico-sociale l’umanità contemporanea modella una fluttuazione della coscienza secondo nuovi codici percettivi e scopre nuove potenzialità.

Gianni Cerioli, 2004

 

L'arte, si sa, è il riflesso della società in cui viviamo. La maggior parte della produzione artistica contemporanea è assoggettata alla trasformazione fenomenologica messa in atto dalle tecnologie che stanno cambiando il nostro modo di vivere. Soprattutto le nuove generazioni, hanno metabolizzato tali nuovi scenari di vita, con aperture immaginative inaspettate e del tutte innovatrici. Massimo Festi appartiene sicuramente a questo retaggio culturale; l'antinomia tra naturale e artificiale, la possibilità di modificare il proprio aspetto e la propria identità sono tutti assunti che appartengono al repertorio immaginativo di Festi.
Sono le teorie di alcuni tra i più autorevoli pensatori della nostra epoca, i "simulacri delle tecnologie" di Baudrillard, la "realtà stereoscopica" di Paul Virilio o la "psicotecnologia" di De Kerckhove, a concretizzarsi in immagini che esprimono al meglio queste istanze filosofico/sociologiche. Festi propone immagini in primissimo piano di figure umane, di teste, sorte di replicanti degni di scenari alla Blade Runner. La trasposizione digitalizzata del ritratto assume una valenza del tutto inusitata: il punctus fotografico di Roland Barthes diviene labile e mutevole, esprimendo "in divenire" le molteplici possibilità interpretative del soggetto raffigurato. Immagini sottoposte ad effetti e trattamenti, ora mosse, ora sfocate, saturate di colore su sfondi enfatizzati dai rossi, dai bianchi o dai neri, sembrano scandite da ritmiche altrettanto elettroniche, da una ipotetica colonna sonora drum'n'bass.
L'arte di Festi si potrebbe inserire nel contesto di quella "tecnopittura" teorizzata da Gianluca Marziani, di cui fanno parte giovani autori come Matteo Basilè, Tubi, Gianvenuti. Dunque una rappresentanza immaginativa di una genetica trasmutante, dell'estetica e della poetica del Post-Human, basata sulla realtà dei nostri tempi, tanto organica quanto sintetica, tanto naturale quanto posticcia, che affianca termini e definizioni spesso opposte.

Dario Salani, edimedia 2002


 

 

 

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