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NIGREDO
Massimo Festi fotografa
la parte notturna dell'essere umano. La maschera copre ogni possibile
emozione, ogni tratto somatico tramutando le spoglie figure in materia
senza nome e senza passato, pronta ad accogliere una nuova forma. Come
moderni cerusici i soggetti si muovono incerti in un universo sconosciuto
dominato dalla tenebra. (Da "L'alchimia creativa" catalogo NIGREDO,
Pietro Negri Editore).
Micol Di Veroli, 2009

LA
SCIMMIA PENSA LA SCIMMIA FA
- Quando la realtà supera la fantasia (2006), il titolo originale
è Stranger than fictions: true stories, il saggio è una
raccolta di storie vere dove i personaggi sono reali. Chuck Palahniuk,
l’autore, seziona come un chirurgo lo spirito umano, offrendo allo
spettatore una visione alterata e deformante della contemporaneità,
ma il presente come in un paradosso è la realtà: “la
realtà che supera la fantasia”. Massimo
Festi utilizza lo stesso espediente, alla stessa maniera si nutre della
realtà, si nutre di uomini e donne e delle loro storie creando
dei ritratti, o meglio il ritratto dello spirito del personaggio. Ogni
ritratto è un frammento dello spirito, una sfaccettatura dell’individuo,
una realtà viva, in atto e indipendente. La maschera non cela tanto
l’identità del personaggio, quanto ne esalta una caratteristica
dell’animo umano, la vanità. La vanità del volersi
raccontare e che troppo spesso siamo costretti a nascondere dietro ipocrite
convenzioni sociali che tutto appiattiscono. L’artista maschera
i suoi personaggi e diabolicamente ne esalta l’edonismo, talvolta,
invece, come a sprofondare in un abisso i protagonisti sono rappresentati
di spalle come nella Scelta o hanno lo sguardo rivolto a terra come in
Monkey o Funny Game, sono forse rassegnati al brutale gioco delle apparenze
oppure sono colti nell’attimo esatto che precede il crollo di quest’
ultime? L’attimo è quello in cui un individuo giunge alla
consapevolezza che la propria identità è costruita non tanto
su ciò che vorrebbe essere, quanto sulla percezione di se stessi
offerta agli altri nelle più svariate circostanze. Per comprendere
al meglio questo stato d’animo è calzante la presentazione
nelle prime pagine di Invisble Monsters (Chuk Palahniuk, 2000) di una
delle due protagoniste, Shannon Mc Farland. “La mia tunica è
una stampa della sindone di Torino comprata in svendita, marrone e bianca,
drappeggiata e tagliata in modo che i brillanti bottoni rossi si abbottonino
attraverso le stimmate, poi ho addosso metri e metri di velo nero di organza
avvolto attorno al viso e borchiato con piccole stelle di cristallo austriaco
tagliate a mano. Non si riesce a capire che aspetto abbia il mio viso,
ma questo è lo scopo . Il look è elegante e sacrilego, e
mi fa sentire Sacra e Immorale”.
Sentirsi sacra ed immorale allo stesso tempo non è forse un equilibrio
perfetto? I metri e metri di velo, le maschere che Massimo Festi fa indossare
ai suoi personaggi, non occultano e non nascondono, al contrario l’identità
irrompe con tutta la sua forza alterando come in un’allucinazione
la realtà. La figura femminile è privilegiata dall’artista,
le donne di Massimo Festi sono sacerdotesse contemporanee, uno degli ultimi
lavori, Angel è la rappresentazione di una porno santa realizzata
per l’omonimo progetto Porn Saints, di Francesco D’Isa. Angel
è una visione apocalittica, il rosso, l’oro e il bianco sono
gli stessi colori che troviamo nel libro del Apocalisse di Giovanni in
cui la città di Babilonia è descritta in chiave allegorica
come una grande prostituta dove il rosso è il colore predominante.
“La donna era ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d'oro,
di pietre preziose e di perle, teneva in mano una coppa d'oro, colma degli
abomini e delle immondezze della sua prostituzione. Sulla fronte aveva
scritto un nome misterioso: Babilonia la grande, la madre delle prostitute
e degli abomini della terra.” (Apocalisse, 17:4-5)
La rappresentazione allegorica nonostante l’accezione religiosa
negativa è una visione comunque seducente, così come la
porno santa dell’artista. Lo stesso artista definisce i propri personaggi
come realtà alternative in cerca di strategie di sopravvivenza.
La strategia di sopravvivenza nell’opera dell’artista diventa
la maschera. La maschera è il mezzo col quale Massimo Festi offre
al suo personaggio una svariata serie di possibili realtà, innumerevoli
combinazioni d’identità: impossibile/imperfetto, impossibile/perfetto,
possibile/imperfetto, possibile/perfetto. L’artista, come un cantastorie
porta in scena la distanza e il contrapporsi tra fisicità e ambivalenza
della natura umana. I personaggi di Massimo Festi muovono le proprie sorti
tra realtà e fantasia. Talvolta la realtà supera la fantasia,
ed è proprio in quel frangente, quando il confine è oltrepassato
che i personaggi diventano icone della contemporaneità o meglio
secondo l’artista stesso antiumanesimo d’icone universali.
Allo spettatore la scelta: “indossare o non indossare la maschera”.
Susanna Ferretti, 2009
Recensione
"la scimmia pensa la scimmia fa"
di Daniele De AngelisRe
Arterotica
intervista di Raffaella Milione
intervista di Francesca Panzacchi

La
maschera per Massimo Festi rappresenta il feticcio dell’ambiguità
di un’identità diversa. I “mostri del quotidiano”,
le icone della società massmediatica ( sia che siano i supereroi
o gente comune) per Massimo Festi diventano rappresentazioni simboliche
nascondendosi sotto mentite spoglie e rivelando un’identità
alterata, nascosti dietro alle maschere fittizie che noi tutti siamo abituati
ad indossare. Le icone mutanti di Massimo Festi rappresentano l’ambivalenza
della natura umana e le problematiche della nostra società, toccando
tematiche come il feticismo o il disagio sociale.
Francesca Baboni e Stefano Taddei,
2008

IL
PIACERE
Massimo Festi cela la passione dietro la maschera della curiosità,
metafora di una coscienza del disorientamento che sottintende una pletora
di desideri e simboli sessuali. La visione prospettica è dominata
dalla centralità dei soggetti che attendono impazienti la loro
ricompensa adescando lo spettatore con la sola forza ancestrale della
voluttà.
Estratto da “L’EROTISMO DELLA CARNE”
Micol Di Veroli, 2008

Bye
Bye Baby
Ancora il corpo come luogo di trasgressione nelle manipolazioni digitali
di Massimo Festi che al confine tra mito e quotidianità elabora
figure patinate, icone dell'era contemporanea ambiguamente celate da maschere,
filtri identitari imprescindibili. Maschere come feticci, come seconda
pelle che occulta l'identità reale per strutturarne una artefatta
ed indagare l'individuo attraverso gli stereotipi della cultura pop, tra
manualità e tecnologia.
Roberta Vanali, 2008

NORMAL
HERO
Carte da parati dal sapore squisitamente vintage costituiscono l’asciutta
scenografia che nella sua barocca immediatezza si oppone alle stoiche
presenze in primo piano. Personaggi della cultura sci-fi che inutilmente
tentano di occultare la loro debordante personalità e personaggi
poco noti che giocano a travestirsi da eroi dei fumetti. Questi sono i
controsensi che animano i lavori di Massimo Festi, note dissonanti che
aiutano a capire quanto labile sia il confine tra mito e quotidiana banalità.
Ogni composizione fotografica si contraddistingue per i toni caldi che
avvolgono colori accesi nella loro inaspettata e variegata cromia. Su
tutto cala nervosamente il nero delle maschere che piatto si staglia sulle
rotonde forme dei volti.
Micol Di Veroli, 2007
Per
Massimo Festi il fumetto non rappresenta una ricerca organica, men che
meno totalizzante. Siamo a livello di riusciti tentativi all’interno
di una più vasta sperimentazione tecnica ascrivibile al concetto
di pittura mediale. I suoi "Batman e Robin", omosessuali seppur
con allusiva discrezione e la sua "Cat Woman" che in latinato
stile Jane Mansfield annuncia la fine della festa sono estasianti quanto
inclassificabili perché sembrano capaci di proiettarci in uno
spazio tempo indefinito-indefinibile.
Roberto Roda, 2007
(PROVOCAZIONI FRA LE NUVOLE. Arte e fumetto: nuovi dialoghi italiani)
Attraverso
l’utilizzo di “close ups” di volti che elabora digitalmente,
Massimo Festi propone una poetica orientata verso una sorta di neo-umanesimo
che indaga l’essere umano come individuo, seguendo un registro
compositivo antropocentrico fatto di personaggi spesso mascherati che
si stagliano bidimensionalmente su sfondi importanti.
Contenitore epistemologico comprendente molti degli elementi volti a
definire l’identità del nostro qui ed ora contemporaneo,
l’opera di Massimo Festi, parafrasando Richard Prince, può
essere considerata “comunicazione non autorizzata” che interagisce
con lo spettatore invitandolo a riflettere.
Icone statiche della società massmediatica, i suoi personaggi,
non sono celebrità né miti ma appaiono come “testimonial”
di tutte quelle vite dall’identità non bene definita, dell’
anticonformismo forse come reazione alla realtà di giorno in
giorno più precaria e sconvolgente, della sensualità libera
probabile conseguenza della deriva voyeuristica, della malleabilità
dei sessi.
Presenza umane ambigue, patinate e provocanti che si muovono sul doppio
registro dell’essere e dell’esserci, visualizzazioni di
vizi e tendenze, rivelatrici delle identità multiple dei contemporanei.
Isabella Falbo, 2007
"FRATELLI
D'ITALIA", opera selezionata
PagineBianche
d'Autore Emilia Romagna, a cura di Teresa
Macrì.
L’opera di Massimo Festi vuole alludere all’idea di identità
molteplice sopra tutto. Attraverso l’utilizzo della manipolazione
digitale, l’artista ferrarese, compie il procedimento di disidentificare
il soggetto fotografato. In questo senso sono da considerarsi le maschere
tricolore che campeggiano sui visi già trattati dei sei personaggi
la cui sola appartenenza identificabile è quella nazionale.
Teresa Macrì, 2007
THE
MIRROR IS ABOMINABLE
La riflessione verte sull’archetipo del doppio, nell’opera
di Massimo Festi, che muove dall’ambivalenza della maschera nel
tentativo di alterare l’identità attraverso le icone della
società massmediatica. Statici e austeri, gli Eroi, decontestualizzati
ed inseriti come sagome ritagliate su un fondale barocco, tendono ad
evidenziare il lato oscuro dell’esistenza, tra mimetismo e suggestioni
fetish al servizio di un’intensa pittura mediale.
Roberta Vanali, 2006
TEKNEMEDIA
Intervista di Paola
Sereno
EPIDERMIS
Massimo Festi mette la maschera a volti in primo piano. Il suo intervento
essenziale agisce sulla connotazione frontale del ritratto, evidenziando
così la zona d’ombra, il confine da svelare, il lato ambiguo
della natura umana. I protagonisti assumono tratti animaleschi che rimandano
ad immaginari filmici, alla cultura del feticismo, a spunti di natura
letteraria. In realtà racchiudono l’ambivalenza che si
ricrea davanti alla maschera come seconda pelle sempre più necessaria.
Gianluca Marziani, 2006
NextExit
intervista di
Piera Peri

"Neon
e Tutor", opera selezionata Pagine
Bianche d'Autore Emilia Romagna, a cura di Luca Beatrice.
In un curioso remix di subcultura pop, tecnologia digitale e pittura,
Massimo Festi “trasforma” una semplice foto di famiglia
in un’elaborazione elettronica che trascende il significato immediato.
Padre e figlio diventano così icone contemporanee, dai colori
irreali e acidi.
Luca Beatrice, 2006

“Is the Party over?”
Con i suoi pseudo ritratti Massimo Festi incarna l’umanita’
delle “big issues” odierne creando una sorta di “commedia
umana contemporanea” della quale l’artista diviene interprete
sensibile.
Icone statiche, pseudo ritratti di ragazzi, ragazze, anche un vecchio,
che Massimo Festi ci presenta attraverso la tecnica della tecnopittura,
dipinti elettronici dove i volti, spesso mascherati, si stagliano bidimensionalmente
su sfondi importanti, textures di carte da parati che l’artista
cerca nelle case o crea lui stesso.
La maggior parte di questi personaggi indossa una maschera, non piu’
per nascondersi ma per presentarsi nella loro vera identita’ come
antieroi censurati che hanno smesso di credere di essere liberi, menomati
nel loro non poter lasciarsi andare completamente.
Isabella
Falbo, 2006

Lo
smascheratore
Oggi, in un mondo in crisi che ha bisogno di sicurezze e certezze stabili,
la maschera è diventata simbolo dell’affannosa ricerca
di un’entità rassicurante dietro cui nascondersi, per non
rivelare le proprie fragilità. Oppure semplice copertura che
legittima chi la indossa a comportarsi in maniera libera da ogni condizionamento.
O ancora pirandelliana cancellazione di una identità per crearne
una nuova, differente modo di porsi davanti alla vita o agli individui
a seconda delle circostanze, frammentata percezione che hanno gli altri
della nostra persona.
Molte delle sfaccettature semantiche legate all’affascinante topos
della “maschera”, rientrano nelle opere di Massimo Festi,
che ha deciso di cimentarsi nell’indagine di questo feticcio contemporaneo
in rapporto alla società. Lo ha fatto con toni ora drammatici
ora ironici, ora polemici ora accattivanti, usando la pittura mediale...confrontandosi
con figure che si muovono tra ambiguità ed erotismo...feticismo
e disagio...festini domestici e problematiche di mondi solo apparentemente
lontani...
Marialivia Brunelli, 2006

“…apparve
allora in grandezza naturale la luminosa e trasparente immagine di una
giovane donna, statua carnale della Venus Victrix veramente perfetta,
se mai ne palpitò una su questa terra di illusioni.”
La Venere Vincitrice, qui sopra, diventa l’Eva Futura di Villiers
de l’Isle-Adam.
Massimo
Festi, invece, la sua Eva futura composta e costruita la chiama “Gothic
Lolita”, “Geisha”, “Heroin”, “Curiosa”
o, solo, “Una di noi”.
La chiama come oggi la donna è voluta e vista, appiccicata a
pezzi di pvc che aderiscono dopo aver soffocato, immobile in sensualità
vestite di seta perché chi si trovi a guardare possa godere,
precocemente, senza chiederlo e magari ancor prima di volerlo.
Sono subwomen, quelle di Festi: femmine sotto, sistematiche come nelle
cabine da peep show dove si vede ma non si tocca o come nelle pagine
fresche di autrici che sbancano raccontando di quando hanno scopato
la prima volta, per arrivare all’ultima.
Che abbiano un volto, che possano averlo, rappresenta un dato facoltativo
e secondario, al punto da tenerlo nascosto dietro maschere che travestono
la preferenza all’anonimato da esigenza eccitante spronata di
continuo a rendere confessioni dannate.
Ci osservano, le belle e un pò crudeli bambole imbambolate che
fanno del corpo proprio un corpo qualsiasi, seriale e standard come
a VOLER essere riprodotto dalla pittura mediale – da un gesto
che si avventura tra le commistioni rumorose e viziose dei vicoli interminabili
dei mass-media – le cui pennellate decise dal mouse attaccato
alla mano (di Festi) compongono quadri nati nel monitor.
Ed ecco sbucarne immagini gracchianti, disturbate per sembrare proibite
o segnate dal tempo impiegato per raggiungerle, ottenerle, consumarle,
andando loro incontro nell’impervio territorio dell’idoneità
estetica e dell’esotismo multirazziale che porta a provare.
L’andreide di Festi parla poco e non consuma, sa guardarci, non
si agita e non sorride. Fulcro della più recente questione donna,
sintetizza le apparizioni nascoste e fascinosamente torbide di volti
prelevati e voluti, perfetti quanto il desiderio, tanto da chiedersi
“…se le nostre divinità, le nostre speranze, sono
ormai soltanto scientifiche, perché non possono divenire tali
anche i nostri amori?”.
Stefano Elena, 2006
L'arte,
si sa, è il riflesso della società in cui viviamo. La
maggior parte della produzione artistica contemporanea è assoggettata
alla trasformazione fenomenologica messa in atto dalle tecnologie che
stanno cambiando il nostro modo di vivere. Soprattutto le nuove generazioni,
hanno metabolizzato tali nuovi scenari di vita, con aperture immaginative
inaspettate e del tutte innovatrici. Massimo Festi appartiene sicuramente
a questo retaggio culturale; l'antinomia tra naturale e artificiale,
la possibilità di modificare il proprio aspetto e la propria
identità sono tutti assunti che appartengono al repertorio immaginativo
di Festi.
Sono le teorie di alcuni tra i più autorevoli pensatori della
nostra epoca, i "simulacri delle tecnologie" di Baudrillard,
la "realtà stereoscopica" di Paul Virilio o la "psicotecnologia"
di De Kerckhove, a concretizzarsi in immagini che esprimono al meglio
queste istanze filosofico/sociologiche. Festi propone immagini in primissimo
piano di figure umane, di teste, sorte di replicanti degni di scenari
alla Blade Runner. La trasposizione digitalizzata del ritratto assume
una valenza del tutto inusitata: il punctus fotografico di Roland Barthes
diviene labile e mutevole, esprimendo "in divenire" le molteplici
possibilità interpretative del soggetto raffigurato. Immagini
sottoposte ad effetti e trattamenti, ora mosse, ora sfocate, saturate
di colore su sfondi enfatizzati dai rossi, dai bianchi o dai neri, sembrano
scandite da ritmiche altrettanto elettroniche, da una ipotetica colonna
sonora drum'n'bass.
L'arte di Festi si potrebbe inserire nel contesto di quella "tecnopittura"
teorizzata da Gianluca Marziani, di cui fanno parte giovani autori come
Matteo Basilè, Tubi, Gianvenuti. Dunque una rappresentanza immaginativa
di una genetica trasmutante, dell'estetica e della poetica del Post-Human,
basata sulla realtà dei nostri tempi, tanto organica quanto sintetica,
tanto naturale quanto posticcia, che affianca termini e definizioni
spesso opposte.
Dario Salani, edimedia 2002
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